Il “buco in testa” del titolo assume, nell'ultimo film di Antonio Capuano, tornato a un cinema di intensità drammatica quasi insostenibile dopo il pur delizioso divertissement Achille Tarallo, un triplice significato.

Il primo, quello più immediato e letterale, fa riferimento alla ferita mortale d'arma da fuoco, inflitta dal militante di estrema sinistra Guido Mandelli al padre della protagonista Maria, un poliziotto, nel corso degli scontri avvenuti in un corteo negli “anni di piombo”. Non vediamo mai l'evento tragico, ma le sue conseguenze e la sua ricostruzione costituiscono la struttura narrativa del film, che è appunto tutto focalizzato su Maria, sul suo percorso di individuazione, sulla difficile elaborazione del lutto. Il secondo significato del titolo è esplicitato da Guido nel confronto verbale più duro con la rabbiosa Maria, quando afferma che i suoi coetanei impegnati nella lotta politica sono stati inghiottiti da un buco nero. Allora, Maria gli risponde “Io il buco ce l'ho in testa”. Dunque, partendo dal fatto di sangue originario e passando per l'allusione spietata a una generazione di sconfitti, le derive semantiche del titolo approdano allo stato psicologico di instabilità e sofferenza che caratterizza Maria.

 

Alla frammentazione della psiche della donna corrisponde un montaggio alternato che ci fa seguire in parallelo da un lato la vita di Maria nella Campania dov'è nata, dall'altro lato il suo viaggio a Milano per incontrare l'uomo che ha ucciso suo padre. A leggere in sceneggiatura tutti gli elementi drammaturgici che arricchiscono il film, s'immagina che più d'uno avrebbe sollevato un sopracciglio, ma il miracolo di Capuano è quello di realizzare dei film che riflettono il caos della vita, il suo respiro irregolare, e che della vita stessa ci restituiscono i fugaci momenti di bellezza. Anche la bellezza della cosiddetta “appocundria”, come quando la madre di Maria, Alba, prigioniera del suo dolore muto, vede le effusioni di due vicini di casa anziani sul balcone e pensa a tutti i momenti di affetto che non ha potuto vivere, ai baci mai dati, nella sua vedovanza. Scene come questa, di grande coinvolgimento emotivo ed estetico, contrastano con la rottura della quarta parete attraverso l'interpellazione e lo sguardo in camera, stilema straniante tipico di Capuano (sin dall'esordio nel 1991 con il sorprendente Vito e gli altri), volto a presentare i personaggi direttamente attraverso le loro parole.

 

Il buco in testa, quindi, è un film dove gli opposti convivono, stridendo tra loro, e questo avviene non solo a livello stilistico, ma anche sul piano del racconto: si è già accennato alla necessità urgente per Maria di procedere, pure attraverso un percorso psicanalitico, a un'integrazione delle parti in conflitto, non comunicanti, della propria identità, per arrivare a viversi come soggetto in armonia. Ma il lavoro introspettivo per Maria non può avviarsi senza che ci sia una pacificazione concreta con Guido: rinunciare alla vendetta e al rancore, stringersi la mano, non ripaga della tenerezza perduta, ma rischiara l'orizzonte del futuro. È come riparare il “buco in testa” con il “kintsugi”.